Prima di iniziare, una premessa doverosa: in termini di vendite Wii U è stata un fallimento, senza possibilità d’appello. La console ha venduto solo 13.36 milioni di unità; un numero disastroso, se paragonato alle precedenti – basta pensare ai 21.74 milioni di GameCube o ai 101.63 milioni di Wii.

Ma vi sono altri aspetti da analizzare oltre le singole cifre. Qualcosa che va oltre i numeri: la qualità dell’esperienza proposta.
Proprio su questo punto si concentra Martin Robinson, Reviews Editor di Eurogamer.org. Nel suo articolo cerca di portare alla luce un aspetto che è già sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo ignorato.

Non giudico i miei film preferiti in base agli incassi al box office, né giudico le mie canzoni preferite in base al piazzamento in classifica. Guardando oltre le vendite, c’è un dato che interessa molto alle persone come me. Si tratta del numero di videogiochi che davvero meritano di essere giocati. Da questo punto di vista, Wii U è un successo straordinario.

L’esperienza di gioco. Per quanto non abbia particolarmente amato la console, non potrei essere maggiormente d’accordo. Da cercatore di esperienze quale sono, ho provato di tutto. E sono spesso i titoli indie, di minor successo commerciale, a donarmi le migliori.

Avere un’audience più ridotta ha permesso a Nintendo di sperimentare nuove idee che non avevano trovato spazio sulla Wii. L’esempio più ovvio è Splatoon – il primo character-driven first party IP dai tempi di Pikmin, nel 2001.
Splatoon era l’introduzione, da parte di Nintendo, di una nuova generazione di designer. Promuovendo persone come Tsubasa Sakaguchi, ha ottenuto un effetto straordinario. Il risultato è stato, probabilmente, il miglior gioco Nintendo dell’intera generazione.

Altro punto importantissimo: l’esperienza generale viene arricchita da nuovi volti e nuove idee. Dando spazio a designer meno esperti – ma ampiamente capaci – Nintendo si è assicurata un futuro radioso. Talenti puri, in grado di fornire ottimi titoli, forse anche perché liberi dal peso di una responsabilità portata da un pubblico maggiore.

La Wii U ha rappresentato anche un altro sottile cambiamento. Dopo aver perso l’affetto dei fan storici, con Wii che corteggiava il pubblico più mainstream, Wii U è stata capace di riottenerli con grandi titoli come Bayonetta 2, Xenoblade Chronicles X e Tokyo Mirage Session FE. Giochi mirati maggiormente a placare gli animi, invece che ad ottenere vendite straordinarie.

Ed ecco, quindi, come si dimostra un’altra volta quanto le vendite non siano un fattore univocamente indicativo. Un numero non è in grado di descrivere un’emozione. Il successo di un determinato gioco, come già affermato, non risiede nelle vendite, ma nel grado di soddisfazione che porta all’utente finale.

Non dovrebbe essere così anche per le console? Personalmente credo proprio di si. Credo anche che sia il caso di liberarsi di questo tipo di preconcetti e pastoie. Cose che, per lungo tempo, mi hanno impedito di apprezzare completamente il mondo videoludico per com’era.

Wii U è stata un successo, da questo punto di vista. E, se questo dev’essere di tipo differente, ben vengano le diversità.

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